Intervista con Matteo Setti: la ricerca, la tecnica e la fatalità del viaggio da Notre Dame De Paris a se stesso (e viceversa)

Intervista con Matteo Setti: la ricerca, la tecnica e la fatalità del viaggio da Notre Dame De Paris a se stesso (e viceversa)

C'è una voce, in Italia, che da venticinque anni apre le porte di Notre Dame de Paris e ci accompagna dentro la storia, come un filo che non si spezza mai. È la voce di Matteo Setti, che di Gringoire (poeta, narratore, ombra silenziosa sul palco) ha fatto molto più di un ruolo: un compagno di vita, uno specchio in cui vedere se stesso (e il suo personaggio di conseguenza) crescere e cambiare. In questa intervista, Matteo si spoglia di ogni retorica e ci racconta tutto: il richiamo improvviso a vent'anni, quando la musica di famiglia si è fatta destino; la voce trovata grazie a chi ebbe il coraggio di dirgli "non sai cantare" per insegnargli davvero a farlo; il rapporto con il destino e la fatalità; il bilancio su questi anni di repliche, sulla preparazione nel musical italiano contemporanea e sul “giorno che verrà”, fatto di amore e natura. Dietro ad ogni risposta, c’è un uomo che ha dato tutto, e che oggi, finalmente, si concede il tempo di essere onesto: una chiacchierata che è insieme mestiere, poesia e verità. E che sono onorata di aver ascoltato.

Ci tengo innanzitutto a dirti quanto per me sia un immenso onore e piacere fare questa intervista, ti ho visto sei volte in Notre Dame de Paris. Inizierei con il chiederti: sei cantante, musicista e attore, un creativo che si è sempre dedicato anima e corpo alla bellezza del mondo della performance. Ma quando è stato il momento/l’evento che ti ha fatto capire che volevi fare questo nella vita? 

È stato un po’ improvviso, avevo circa vent’anni: in quel momento è arrivato il richiamo più netto, quello di decidere di voler fare il cantante. In casa mia la musica girava molto, perché mio papà suonava la chitarra, cantava, suonava il pianoforte, quindi era sempre facile avere della musica intorno. Per tanto tempo, durante la mia crescita, capitava che qualche sera seguissi mio padre nei ritrovi con i suoi amici la sera: in quei momenti cantavano, suonavano, si raccontavano barzellette. Lì ho cominciato ad esibirmi, anche se all’inizio mi vergognavo; loro però mi dicevano “dai, canta anche tu che sei bravo, hai una bella voce”. Poi, a un certo punto, a vent’anni appunto, è scattato qualcosa cosa e ho detto: voglio fare il cantante. Dall’oggi al domani, sono partito per provare a cantare, ad allenarmi, a cercare la mia voce. Quando cantavo con gli amici di mio padre era più che altro uno stimolo, per ridere e scherzare. Solo più avanti mi dicevano cose che mio padre non mi diceva mai. Lui a me diceva: “non ce la farai, è un mondo difficile”. Poi, quando li incontravo, loro invece mi dicevano: “Tuo padre ha sempre detto che eri bravo, ha sempre detto che ce l’avresti fatta”, esattamente il contrario.

In NDP Italia, interpreti fin dagli esodi il poeta Gringoire, il narratore, la voce che tiene insieme lo spettacolo: in tutti questi anni di interpretazioni, come è cambiato il tuo approccio rispetto a questo ruolo? Quale aspetto ti rende più simile a Gringoire, per così dire?

All’inizio cerchi di seguire le linee guida che ti vengono date, perché è come avere davanti una fotografia di questo poeta, con dei dettagli precisi su di lui che devono essere messi in evidenza sul palco. Quindi la sua caratteristica di giocare, di essere un narratore per il pubblico, di essere misterioso pur restando dentro la storia, è legata a quello che ti dice il regista. Ma fin dall’inizio questo non l’ho condiviso al 100%: non perché volessi contraddire gli altri, ma perché non sentivo mio del tutto quello che mi dicevano. Ho comunque seguito queste indicazioni, ma sono stato abbastanza ribelle fin dall’inizio. Oggi la differenza è che, essendo arrivato a un’introspezione più profonda dopo aver toccato per tanti anni questo personaggio, per evitare che diventasse stucchevole, ostico, sempre uguale, ho cominciato a percorrere strade diverse. Per esempio mi ispiro a grandi attori del cinema: penso ad Al Pacino, a Matthew McConaughey, a Kevin Costner in alcuni gesti, a Joaquin Phoenix nella sua “pazzia”, nel suo modo di fare. Vado a cogliere quelle sfumature che possono risvegliare in me sentimenti o idee di interpretazione sul momento, dal vivo, perché non puoi essere sempre diverso ma non puoi nemmeno essere sempre uguale, altrimenti diventa una replica continua. Oggi cerco di salire sul palco completamente “nudo” di testa e di libertà, partendo da zero. Ho un mio rito: guardo sempre, di nascosto, dove si trova il pubblico, per non perdere nessuno. Poi, piano piano, seguo quello che mi dicono la voce e il fisico durante la serata. Non succede sempre, perché non è possibile: agli occhi del pubblico è ovvio che si ritrovi sempre un po’ lo stesso carattere, lo stesso modo. In ogni caso, devi sentirti molto vivo nel momento, altrimenti prevarrebbe il ripetere sempre la stessa cosa.

Nel musical, una “protagonista” invisibile ma ineluttabile è Anankè, il fato, la forza del destino. Come artista e persona, qual è il tuo rapporto con il destino? 

Bella domanda, il destino. A volte ci piace pensare che alcune cose siano destino e altre no, ma è scontato farlo quando sono cose belle o interessanti. Volendo essere poetici, o credere in una sorta di disegno superiore secondo cui il tuo destino sia segnato, credo che una buona dose di aiuto arrivi comunque dal destino. La fatalità, forse, è più vera del destino: la vita è talmente strana che, per una piccola cosa, una parola, una decisione, un avvenimento che non faceva parte della tua scelta, ti può cambiare la vita, in meglio o in peggio, e non puoi farci niente.

Crescendo ti rendi conto che devi stare attento a tante cose, anche se è bello lasciarsi andare e vedere cosa ti porta la giornata successiva, però un controllo ci deve essere. Quindi non credo che esista davvero un destino, che uno sia “segnato” per la vita.

Negli anni hai condiviso il palco con molteplici interpreti, colleghi e tipi di pubblico, sia italiano che internazionale: come si è evoluta la produzione e il rapporto con il pubblico tra il debutto di NDP ad oggi, al netto della nostalgia?

Da ieri a oggi i tempi sono cambiati tanto, tantissimo. Quando abbiamo iniziato Notre Dame nel 2002 si era creata una vera febbre, perché al tempo si improvvisava di tutto, grazie anche alla guida di David Zard. La frenesia di quegli anni è stata una cosa stupenda, anche se sul momento fu drammatica: la gente si attaccava ai pullman e piangeva, sembrava il successo di cantanti PoP piuttosto che di cantanti interpreti di teatro. Ad alcune repliche, quando uscivamo dai teatri, c’erano fino a mille persone ad aspettarci. Oggi, a quasi cinquantaquattro anni, sento un pubblico diverso: anche i giovani sono diversi, apprezzano di più la qualità di te come cantante piuttosto che innamorarsi del personaggio in sé. È un pubblico più rispettoso, più attento: scrivono messaggi più belli, più profondi, apprezzano di più davvero l’artista. Prima erano più “infoiati” dalla novità di Notre Dame de Paris. Nelle altre produzioni è stata un’esperienza completamente diversa: ho cantato a Parigi, Atene, New York, Los Angeles, Las Vegas, Miami, al Cremlino, così come a Tokyo; lì non freddissimi come i russi, ma molto statici, molto diversi. L’italiano si sa che è più caldo, più appassionato: è stato un pubblico esageratamente acceso e molto preso dalla novità di tutti noi, perché il primo è stato un cast magico. Ci siamo trovati lì perché David Zard ha voluto proprio noi, nessun altro ci ha scelto. Avere oggi al proprio fianco Gio di Tonno, Vittorio Matteucci, Graziano Galatone, è sempre bello, io salgo sul palco a occhi chiusi quando ci sono loro, e questo è qualcosa che ti possono dare solo 25 anni di palco insieme. Mancano moltissimo Lola Ponce, Claudia D’Ottavi e Leonardo Di Minno. 

Visto che parliamo di preparazione: sul palco lavori anche in contesti molto fisici e coreografici. Come trovi e vivi l’equilibrio tra il rapporto con il tuo corpo e il controllo della tua voce? 

Devo dirti che ho curato sempre di più il lato fisico per abitudine, mentre da un punto di vista vocale sono stato più negligente all’inizio. Ho iniziato a dare davvero attenzione alla mia voce intorno al 2012. Prima cantavo in modo molto istintivo: venivo dal rock, mi sono trovato davanti al musical quasi per caso. Addirittura, una persona della produzione di “Rent” mi disse: “Tu non andrai da nessuna parte”, e questo è successo prima del mio debutto a Bolzano nel ’99. In ogni caso, davo molta più importanza al fisico, perché mi piaceva fare sport: cavalli, bicicletta, un po’ di palestra. Nel 2012 ho trovato una nuova opportunità conoscendo un’insegnante a Houston, che mi ha aperto a domande che qui in Italia non avevano mai trovato risposta: sulla respirazione, sulla tecnica, su come arrivare a fare certe cose. Lei mi disse anche “non sei capace di cantare, non offenderti, ora ti spiego il perché”, e io ne fui felicissimo, non mi offesi affatto. Da lì ho iniziato un percorso con questa insegnante (Sharon Radionoff, polistrumentista del Berklee College of Music). Negli ultimi anni sono molto più concentrato di prima: sul fisico per forza, perché non riesco a stare fermo, ma vocalmente soprattutto sulla tecnica, cosa che trovo molto trascurata nelle produzioni di oggi. Ci sono comunque tanti bravi in giro, ma nei musical italiani si viene spinti a mettere in scena tutto troppo in fretta. Credo che la preparazione fisica e vocale debbano andare di pari passo e vadano curate settimanalmente. Quello che manca davvero, nell’interpretazione italiana, è l’attorialità: mia moglie Caterina ha fatto 4-5 anni a Londra in scuole di altissimo livello per il musical, e ti lascio immaginare cosa ha visto lei rispetto a qui. Là c’è la concezione di iniziare a 10-12 anni a fare questo lavoro: io qui ho iniziato a trenta, ho perso vent’anni rispetto a loro. In Italia non possiamo pretendere di mettere in piedi uno spettacolo come The Phantom of the Opera, non potremmo mai. Cocciante invece ha trovato un modo diverso, portando l’idea di “opera popolare”: in Notre Dame de Paris infatti, dal pop ogni tanto ci si azzarda ad avvicinarsi al lirico, ma in piccola misura.

Hai parlato di Caterina che è andata a Londra e della tua coach americana. Io ho avuto la fortuna di vedere tanti musical sia a New York che a Londra, per passione: volevo chiederti questa differenza, la percepite anche voi, come colleghi, tra inglesi e americani?

Io non mi permetterei mai di andare a New York per fare un musical. A New York ci sono stato, ho studiato lì, ho provato a fare lo “swing”, ma non mi sarei mai sognato di presentarmi per un musical, né a New York né a Londra, dove pure sono stato diverse volte. Lì capisci che è un altro livello: chi pensa di andare lì a “provarci” non si rende conto di cosa sta dicendo. Non puoi competere se non hai un altro mindset fin dall’inizio: noi non abbiamo questa storia alle spalle. Quando si dice che gli americani o gli inglesi avrebbero da insegnarci tante cose, è vero, ma è giusto che sia così, è la loro storia.

Nel corso della tua carriera hai interpretato anche altre figure tragiche come Casanova, Amleto, Dorian Gray, molti accomunati dall’amore per la poesia e l’arte oltretutto. Cosa hai imparato da tutti questi personaggi? 

Ho imparato i miei limiti. Ero convinto di poter fare cose che poi non sono stato in grado di fare come avrei voluto. Dorian Gray, ad esempio, l’ho preparato durante un tour di Notre Dame de Paris, perché fu Pierre Cardin a chiedermelo. Andai a trovarlo di sorpresa in Costa Azzurra per il suo compleanno: mi voleva talmente bene, ci eravamo trovati così bene negli anni precedenti, che quando mi vide arrivare mi disse “Ma lei cosa ci fa qui?”, ed io: “Sono venuto a salutarla, per i suoi novantaquattro anni.” E lui: “Allora ho deciso: stavamo per fare Dorian Gray con i ballerini, ma voglio solo lei, che diventi una cosa tutta sua.” E io risposi: “Ma guardi che sto facendo Notre Dame de Paris, come farò a prepararlo?”, e lui mi disse: “Non mi interessa, lo farà lei, la porterò alla Fenice”. Beh, vagli a dire di no (ride). Quindi durante il tour prendevo l’aereo al mattino, andavo a Roma a studiare i testi che cambiavano in continuazione, poi tornavo al Notre Dame de Paris fino a quando non l’ho salutato per lanciarmi alla Fenice per due serate da mille posti l’una. Cosa potevo aver messo davvero insieme in quelle condizioni? Quello che ho potuto, ma è stato un azzardo: lì mi sono reso conto che certe cose non si dovrebbero fare così. Anche con Casanova ho trovato una produzione che “giocherellava”: due o tre ore di prove al giorno, contro le dieci-dodici a cui ero abituato con Notre Dame de Paris. Dicevo “ma cosa state facendo?”, e loro si arrabbiavano. Ora, non voglio dire che i talenti italiani non esistano: di cantanti ce ne sono tantissimi, ma il vero talento purtroppo è raro, e va forgiato con calma. Ci vorrebbe un altro punto di vista, che non c’è, perché si vuole fare tutto troppo in fretta, ma non si può fare così.

Hai insegnato/collaborato anche con accademie di musical e in diversi workshop: cosa vedi nei giovani che oggi si avvicinano a questo mestiere che ti dà fiducia e positività?

Parto da questo esempio: io e Caterina siamo andati qualche anno fa a Vicenza a insegnare a due ragazzi che avevano già pronti degli spettacoli. In due o tre giorni gli abbiamo “rimesso in piedi” uno spettacolo, insegnando cose che li facevano sentire un po’ a disagio, perché cambiavamo elementi che ai nostri occhi erano più semplici delle loro versioni e, ovviamente con l’esperienza, valevano di più: io e Caterina toglievamo gesti o modi di fare superflui, e il loro personaggio usciva fuori meglio. Oggi è un po’ la stessa cosa, vado a fare delle masterclass e cosa trovo? Trovo ragazzi, e a volte anche persone più adulte, che lo fanno in modo amatoriale. Ma i ragazzi più giovani arrivano lì con tanti sogni. Non parlo di chi dice “sogno di diventare un cantante”: va benissimo. Parlo di chi arriva e dice “sogno di diventare un cantante perché io sono già questo”. E allora ti trovi quasi imbarazzato a dirgli “tu non sei ancora niente”. Chiedi loro: “quante volte hai cantato questa canzone? Hai studiato con un insegnante?” “Sì, un anno e mezzo.” “Ma no, in realtà non ho mai cantato veramente, poi ho lasciato, ora voglio riprendere.” Vorrei dare loro un consiglio: devi stare a casa a studiare, non c’è altro da fare. Ci sono poi produzioni medio-piccole, italiane, che ricevono sussidi dallo Stato, e mettono in scena spettacoli che, in tre o sei mesi, spariscono, tanto per “fare cassetta”. Mi chiedo qual è il gusto di non fare qualcosa di davvero bello prima di tutto, e di godersela un po’ di più di sei mesi. Invece prendono anche ragazzi che sanno fare ancora poco, li convincono che possono farcela, e poi dopo otto mesi arriva una delusione enorme, perché probabilmente non lavoreranno più. È assurdo, se ci pensi, eppure è così. So che se qualcuno leggendo queste parole possa credere che io abbia capito tutto, non è così. Ho capito molto, certo: dopo venticinque anni, se non avessi capito niente, forse non sarei nemmeno più qui. A volte ho lasciato andare tante master, perché capita di trovare gente a cui chiedi “ciao, come stai, raccontami qualcosa di te” e ti rispondono “no ma io sono qui per curiosità”. Sinceramente non ho tempo per parlare con chi non ha mai fatto nulla: è tempo perso, per te e per me. Non voglio sembrare scortese, ma è la verità.

C’è qualcosa che puoi raccontarci sui tuoi prossimi progetti? 

Non ho progetti e sono felice di non averne, parlando di spettacolo, perché sono coerente con quello che ti ho detto finora. Non c’è niente, sul fronte italiano, che mi dia curiosità: la cosa a cui sto lavorando, invece, è un percorso che ho intitolato “La Voce al Massimo”, che parte da uno studio di canto basato sulle mie esperienze. È il progetto più vicino a cui penso di dedicarmi dopo la fine di questo tour. Vorrei anche creare un punto di incontro fisico, una base per il Nord Italia dove concentrare tutte le mie masterclass per un certo tipo di persone.

“Oggi è il giorno che verrà”: cosa c’è nel tuo futuro, o cosa speri ci sia nel domani?

Nel mio futuro ci dobbiamo essere io e mia moglie. Dobbiamo costruire un futuro insieme, perché per fortuna la pensiamo allo stesso modo, e dopo tanti anni di esperienza in questo settore ci si stanca, perché non è molto trasparente, c’è poca vera empatia, purtroppo. Penso sia arrivato il momento di fare quello che ci fa stare bene. Questo significa che cercheremo un bel posto dove “nasconderci”, non completamente al mondo, ma per una bella fetta sì, per vivere in un nostro mondo a parte, diverso, con grande tranquillità, immersi nella natura, e ogni tanto, quando ne sentiamo il bisogno, “mettere il naso fuori” nella società. Torniamo a Milano, facciamo quello che dobbiamo fare, e poi spariamo di nuovo, fino a quando se ne sente il bisogno, compatibilmente, ovviamente, con gli impegni. La nostra idea è questa: prenderci le vite che verranno, perché non si è eterni. E io non sono assolutamente d’accordo con gli artisti che salgono ancora sul palco a ottant’anni: trovo ridicoli quelli che vogliono continuare a sentirsi quello che non sono più.

Prima di andare “lontano dal resto”, volevo chiederti: come vivi tu la città di Milano? In qualche modo è per te una fonte di ispirazione?

Per fortuna ho conosciuto Milano con Caterina: io sono di Reggio Emilia, e vivo qui da quando stiamo insieme, sono nove anni che abitiamo a Milano. Mi ha fatto conoscere i luoghi più belli, quelli che ritengo davvero speciali. In assoluto mi piacciono Sant’Ambrogio, Santa Marta, Corso Magenta, Brera, le colonne di San Lorenzo, che tra l’altro furono restaurate, tanti anni fa, dal nonno di Caterina. E poi, ovviamente, c’è anche il Castello Sforzesco, tanta storia legata a Leonardo. Da Vinci… In generale però c’è da ammettere che oggi c’è tanta paura nel circolare, non è più una cosa fattibile purtroppo: anche per questo andiamo via a Milano.

Courtesy of Press Office

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