«Capitarsi è un progetto di vita»: intervista con Paolo Stella sul suo nuovo romanzo True

Paolo e Francesco si sono incontrati con la naturalezza di chi non si sceglie ma si riconosce, e si sono amati senza maschere, per tutto il tempo che la vita ha voluto concedere loro. Poi si sono persi. E infine, come capita solo alle storie più vere, si sono ritrovati in una forma di "per sempre" speciale: un libro.
Dieci anni fa proprio questa storia era al centro di un romanzo, Meet Me alla Boa, diventato presto un caso editoriale. Ma era una versione filtrata, protetta: oggi Paolo Stella toglie quel filtro con True, il suo nuovo romanzo edito da Mondadori. In queste pagine c'è la voce di chi ha smesso di avere paura del giudizio, di chi ha capito, attraversando il dolore più grande, che l'unica cosa che vale davvero la pena raccontare è la verità, per quanto costi.
L'ho raggiunto al telefono in un momento altrettanto autentico della sua vita: in vacanza a Creta, dove i suoi genitori festeggiavano cinquant'anni di matrimonio, un altro modo per parlare di un amore che dura. Paolo Stella ci ha raccontato cosa significhi scrivere per salvarsi la vita e come l'ironia, più della felicità, sia stata lo strumento che gli ha permesso di restare in piedi. Ne è nata una conversazione intima, a tratti commovente, su cosa voglia dire amare senza maschere, perdere qualcuno e trovare il coraggio di essere, fino in fondo, se stessi.
True è il titolo del romanzo ma anche una dichiarazione d'intenti, perché hai deciso di raccontare una tua storia personale oltre il romanzato, per condividere la verità. Da cosa è scaturito questo desiderio?
Il romanzo è la riscrittura di Meet Me alla Boa, che peraltro è stato il primo libro Mondadori con un titolo metà inglese e metà italiano. L'incontro con Franci è stato fondamentale nella mia vita: l'arrivare alla boa della nostra verità, il parlarsi senza giudizio o pregiudizio, senza il proprio punto di vista personale, ma aprendosi per quello che si è davvero. Questo è stato centrale nel primo libro, che poi, poco prima di andare in stampa, ho trasformato in una storia eterosessuale, per due motivi: primo, non volevo che fosse troppo riconducibile alla mia vicenda personale e che qualcuno potesse dire "poverino", una cosa che odio; secondo, non volevo che quello diventasse il mio primo coming out pubblico, perché non volevo che oscurasse il vero tema del libro, che per Meet Me alla Boa era il passare attraverso il dolore e la morte, e il modo in cui l'amore possa sopravvivere a un'esperienza del genere. Non volevo che il coming out diventasse il gancio promozionale del libro.
Poi la vita è andata avanti, sono diventato più forte, più sicuro di me e ora ne parlo con tranquillità. Per questo è diventato importante scrivere True, prima di tutto per Francesco, perché se lo merita tutto: volevo che questo libro fosse la celebrazione di una persona che ha portato, a chiunque incontrasse, luce, positività, la capacità di afferrare la vita e viverla al cento per cento. E penso anche per me, perché me lo meritavo anch'io di essere chi sono. Per questo ho voluto riscriverlo completamente. Le dinamiche sono oggettivamente cambiate, perché prima non avevo potuto parlare delle distanze che si creano con la famiglia, con gli amici, quando non ti permetti di essere chi sei.
Ho avuto un percorso molto più profondo e intimo nel momento in cui non avevo più la forza di indossare alcuna maschera: il rapporto con i genitori, con i miei fratelli, con le persone attorno a me si è intensificato moltissimo. E quanto ci si perde della vita se non si è onesti con se stessi!
Ricevo tantissime mail dopo questo libro, sia di ragazzi molto giovani (anche se questa è una generazione che ha fatto passi da gigante sull'accettazione, ma c'è ancora tanto da fare e purtroppo i fatti di cronaca ce lo confermano) sia, soprattutto, lettere di persone di 40, 50, 60 anni che non riescono a raccontare chi sono, a vivere apertamente la propria sessualità e che restano incastrate in un "omettere". E questo significa omettere gran parte della vita, perché l'affettività relazionale è fondamentale.
Franci ti ha aperto un blog prima di morire, dicendo che un giorno avresti sentito il bisogno di scrivere. Quanto di True è ancora quel testo scritto di notte in quelle prime settimane e quanto, invece, è stato rielaborato a distanza di anni? Riesci a distinguere ancora la voce di chi scriveva nel dolore acuto da quella di chi scrive oggi?
Sì, tantissimo. C'è stato un percorso e sono felicissimo di essere cresciuto, di aver avuto la possibilità di essere pienamente me stesso anche lavorativamente, con le persone che ho intorno. Sono anche un caso molto fortunato: la mia famiglia mi ha abbracciato quando ho fatto coming out, mentre purtroppo ci sono tanti ragazzi che non vengono accettati, ed è proprio per questo che bisogna sostenere e aiutare il più possibile queste persone e far vedere loro, con l'esempio di come si vive tranquillamente la vita di tutti i giorni, quanto va bene così, quanto non c'è nulla di sbagliato, quanto si meritano di amare e di essere amati.
C'è un punto del libro in cui Franci ti dice che sei "il suo equilibrio costante, che non è una cosa proprio da attore". Come convivono, oggi, queste due identità, quella costruita sul mestiere della creatività, dell'apparire davanti a un pubblico (anche sui social media), e quella che in questo libro insiste tanto sul concetto di verità, di essere se stessi?
Credo sia un obbligo morale di tutti noi, per dare un senso alla vita e cercare la nostra verità. Il dolore è comunque uno strumento potentissimo per scavare dentro di noi e capire chi siamo, cosa vogliamo e dove vogliamo andare. Dopodiché questa verità va portata nella vita di tutti i giorni. Nel momento in cui ho vissuto quei giorni, quei mesi, non avevo più la forza di indossare una maschera, nemmeno socialmente: infatti da lì ho smesso di fare l'attore. Poi, piano piano, queste maschere cambiano: ce le rimettiamo, ritornano, ce le togliamo di nuovo, è un percorso di continua evoluzione.
Le maschere sono necessarie per vivere, perché la verità di cui parlo, che ricerco costantemente, è come l'ossigeno: fondamentale per la realizzazione dell'essere umano, ma allo stesso tempo, se è troppa, può uccidere, proprio come l'ossigeno, che in eccesso ci farebbe morire. Bisogna quindi saper dosare le maschere e la verità: è proprio quella ricerca, quel senso, a dare significato a tutti i nostri giorni.
Devo dire che è molto bello, perché quando cerchi la verità ti accorgi che le persone ti vedono davvero e si relazionano a te bypassando quello step che di solito abbiamo nell'incontro con un'altra persona. Noi abbiamo un sacco di muri, di armature; invece, quando si intravede quella verità, le persone arrivano diritte l'una all'altra, ed è bellissimo quel tipo di scambio.
Nel libro descrivi il tuo rapporto col tempo e con l'attesa attraverso immagini molto fisiche: le notti insonni, il conto delle crepe nel soffitto, le sale d'aspetto dei medici. Quanto la scrittura di True ti ha aiutato a riprendere possesso del tempo, dopo che la perdita lo aveva reso "interminabile" e privo di scopo?
La scrittura mi ha salvato la vita, perché è uno strumento che in realtà possediamo tutti, ed è quasi magico, trascendentale. Nel momento in cui uno si mette a scrivere, l'atto stesso di sedersi a un tavolo e lasciare che la penna liberi ciò che spesso non vuoi dirti di te stesso è potentissimo.
Io lo faccio anche come esercizio quotidiano: se c'è qualcosa che non capisco, se ho un problema con una persona con cui non riesco a relazionarmi, le scrivo una lettera, che quasi mai poi spedisco. Serve a me, per capire quello che c'è dentro, quello che succede. Scrivere ti parla davvero, come se ci fosse un altro te che si stacca da te e ti permette di capire tutto, compreso il tempo, le attese, come gestire l'ansia, l'aspettativa.
Probabilmente è legato anche alla ricerca della verità, dell'essere se stessi: credo sia uno strumento fondamentale in questo senso.
Assolutamente sì. Vorrei che lo sapessimo tutti di più, sono piccoli gesti, ma sono quelli che fanno la differenza. La frase che ti dirà la maggior parte delle persone è: "Ma io non so scrivere bene."
E io rispondo: "Tu scrivi buono, chi se ne frega del bene, della forma."
Anzi, il segreto per scrivere bene, me lo disse una volta Filippo Timi: quando ti siedi a un tavolo per scrivere un libro, pensa che tutte le persone intorno a te sono morte. È un modo per scrivere davvero liberi: anche l'idea che nessuno lo leggerà, che rimarrà una cosa solo per te, lascia alla scrittura la possibilità di sprigionare il tuo vero potenziale.
Nella vita di tutti i giorni ci attacchiamo e sprechiamo tanta energia per cose totalmente inutili. La percezione che si muore spazza via tutto l'inutile e si arriva subito all'essenziale", hai scritto nel blog. Dove trovi oggi l'essenziale che dà valore alla vita per te?
Quando è morto Francesco, non avevo mai avuto contatti con la morte: per la prima volta mi sono reso conto della sua esistenza, di cui tutti parliamo, ma di cui nessuno percepisce davvero la concretezza.
La morte ristabilisce tutti gli ordini nella vita e ti permette di vivere veramente, perché noi siamo frenati, bloccati, incastrati in un sacco di elucubrazioni mentali che non contemplano il fatto che, prima o poi, si muore.
Quindi, per quanto tu possa sbagliare, se è una cosa in cui credi, falla: sbaglia, rischia, cadi, ricomincia. Non ci sarà mai un errore così grande da non essere cancellato dal fatto che, prima o poi, ce ne andremo, scompariremo da qui, saremo in un'altra dimensione.
La vita va vissuta al cento per cento, anche perché non sai quando finisce.
Chiudi il libro ringraziando "il dolore che mi ha spaccato e aperto gli occhi" e, in un post scriptum, "l'ironia, che mi ha salvato la vita": due registri opposti messi uno in fila all'altro. È un equilibrio che riesci a mantenere nella vita, quello tra dolore e felicità?
Forse quella è la parte davvero difficile della vita: il rapporto tra questi due registri, il dolore e l'ironia, la felicità. L'ironia, per fortuna, ce l'ho connaturata: è un modo di guardare la vita che mi ha salvato tantissimo. La leggerezza dell'ironia è una delle cose con cui più mi cimento ogni giorno, per mantenere questa capacità di attraversare anche i macigni rimanendo leggero e capace di ridere.
Ho visto, in quelli che per me sono stati i momenti più terribili della mia vita, che una risata ti salva davvero.
Poi, non ho un equilibrio e non voglio averlo. C'è una frase che ti dicono spesso: "Io non mi auguro la felicità, mi auguro la serenità". E la serenità non è qualcosa di propriamente umano, nel senso che abbiamo il mito del "posto fisso", anche emotivo, ma l'essere umano è un concentrato di contraddizioni, di evoluzione, di movimento, che non è fatto per stare fermo. Quindi non è tanto la serenità: è imparare a ballare sotto la pioggia.
La vita, del resto, non è mai quello che ti capita, ma come reagisci a quello che ti capita: è lì la serenità che cerchi.
Il libro si chiude tornando alla boa di Cefalù, lo stesso luogo-simbolo del tuo primo romanzo. Hai costruito consapevolmente questo libro come un cerchio che si richiude sul punto di partenza della tua carriera di scrittore?
Per me la boa rappresenta proprio un punto di sospensione sul giudizio del mondo, il mio verso il mondo e quello del mondo nei miei confronti. Mi piace, ogni tanto, andare lì, sospeso sul mondo, guardarmi, capire quella verità che comunque cambia in continuazione, come cambiamo noi, ma che arriva sempre alla nostra essenza.
Dev'essere un appuntamento regolare: spero di tornare più volte possibile a quella boa.
Nel libro racconti che eri "innamorato" e insieme attraversavi "uno di quei rari periodi di bilanciamento". Sei riuscito poi a dire "ti amo", anche non necessariamente in un contesto relazionale, visto che ci sono tanti tipi di amore?
L'ho detto proprio in un contesto relazionale. Dopo tanti anni di ricerca ci sono riuscito: ho incontrato una persona e gli ho detto "ti amo" quasi subito, perché ho percepito immediatamente questa idea comune di costruire una vita insieme.
Francesco mi ha insegnato molto, perché prima non ero consapevole che le persone muoiono e quindi che anch'io, un giorno, morirò. Adesso l'atteggiamento è completamente diverso, perché penso che il momento giusto sia adesso. Quello che vivo, se lo sento forte e chiaro, lo dico immediatamente, lo provo, lo dimostro, lo vivo.
È il famoso "qui e ora", di cui si è scritto tanto: è l'importanza di accogliersi, di vivere il momento, di vivere questa vita in quello che accade adesso, in quello che capita.
C'è una frase, forse la mia preferita di questo libro: parla del fatto che io e Francesco ci siamo capitati, l'uno nella vita dell'altro, e a volte capitarsi è un progetto di vita. Quello che capita, le persone che capitano, le cose e le esperienze che capitano, sono un modo per capire che stiamo vivendo adesso e che dobbiamo vivere completamente in quello che siamo.
Che rapporto hai con la città di Milano? Riesce ancora a ispirarti?
Milano mi ha dato tutto. Poco dopo quello che è successo con Francesco mi sono trasferito da Roma a Milano, proprio perché avevo smesso di fare l'attore e avevo iniziato a lavorare nella comunicazione. Milano è una città che offre grandissime opportunità, che non avevo trovato in nessun'altra città in cui avevo abitato.
Ringrazio molto Milano, con tutti i suoi limiti, che comunque hanno tutte le città, perché mi ha davvero regalato la possibilità di realizzarmi.
E hai dei posti preferiti a Milano?
Casa mia, che amo moltissimo, è proprio il mio punto nel mondo: devo dire che ha una vibrazione molto positiva e questo mi rende molto felice. Ed è un connettore di persone: è una casa fisica, ma è anche l'unione di tante anime diverse e questo la rende per me molto speciale.
Poi amo molto camminare a Milano o girare in bici: è una città che ti permette di viverla appieno.
Courtesy of Press Office

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