Intervista a Pietro Terzini
Milano in una mattina piovosa di Novembre. Pietro Terzini ci viene in contro. Felpone blu, jeans neri, sneakers decorate…chissà se da lui. La stanza è ampia, lui si siede e inizia a raccontarsi.
Chi è Pietro Terzini?
Sono Pietro e ho 32 anni. Il mio percorso professionale inizia quando ho visto Space Jam a 6 anni che mi ha aperto le porte a tutto quello che era il mondo del basket, l’hip-hop e la cultura delle sneakers – una delle mie più grandi passioni.
Nella vita avrei voluto fare prima il produttore discografico, poi l’architetto. E in effetti ho studiato architettura sei anni, ma poi il mercato è quello che è, quindi sono finito a studiare marketing. Ho lavorato sei anni nel digital e nell’editoria legata al fashion, portando sempre avanti parallelamente i miei progetti creativi. Oggi mi occupo di arte e di creatività, vendendo le mie opere d’arte in alcune gallerie.
Come hai vissuto una popolarità che è arrivata da un momento all’altro?
Ma io non sono popolare, nessuno mi ferma per strada (ride). Diciamo che creo un’arte che in questo momento viene molto condivisa ed apprezzata, a volte anche criticata. Dopodiché la mia routine è sempre la stessa: per me è importante tutti i giorni impegnarmi, lavorare e fare uscire un contenuto. Ovviamente questo tipo di approccio di lavoro mi ha permesso di vivere di quello che faccio, che era il mio più grande desiderio. Per il resto sono sempre io che faccio sempre le mie (stesse) cose.
Com’ è una giornata in studio per Pietro Terzini?
Io non ho una routine, cosa che mi piacerebbe molto avere. Mi sveglio la mattina e capisco cosa devo fare. Passo molto tempo al computer a rispondere a mail o lavorare su Photoshop o AutoCAD a fare disegni. La parte più creativa la faccio camminando: esco di casa, cammino senza meta, ascolto la musica, magari mi siedo in un bar, fumo una sigaretta, guardo la gente cosa fa. Questo mi aiuta a pensare e a far nascere le idee.
Quando torno a casa, mi rimetto al computer. Il momento in cui preferisco dedicarmi ai quadri e ai disegni sui sacchetti è la sera e la notte.
La tua arte inspira e interessa più la Gen Z o una generazione più adulta? E’ qualcosa di voluto?
Ho aperto un profilo TikTok ma senza nessun tipo di successo o condivisione. Devo imparare ad approcciarlo, ma non so ancora se sono in grado. Su Instagram invece il pubblico è trasversale, con una maggior parte di donne dai 25 ai 35.
Il post di Hermès diventa street-art, com’è nata l’idea?
Il post di Hermès è stato fatto digitalmente, su Photoshop. L’idea è nata un pomeriggio durante il lockdown: stavo correndo per il centro di Milano con un mio amico e passando davanti a Montenapoleone ho visto questa parete arancione gigante che mi ha fatto nascere un’idea. Io avevo già in mente questa scritta che però mi sembrava troppo didascalica quindi non l’avevo mai scritta su un sacchetto. Sono corso a casa per prendere una bomboletta e andare a scriverci sopra la frase che avevo in mente ma il mio coinquilino Francesco, che è avvocato, mi ha detto: “stop, fermati perché se ti beccano ti fanno la multa e ti sporchi la fedina penale”. Allora ho fatto il bravo e mi sono limitato a fare una foto e a metterci sopra la scritta con Photoshop. L’ho postata subito su Instagram e la gente ha cominciato a ripubblicarla. Quello è stato il mio primo vero post virale.
Cosa ascolti? Chi segui?
La mia ispirazione è la vita di tutti i giorni. L’ idea è quella di prendere elementi quotidiani: dagli estratti delle canzoni, alle cose che la gente si dice al bar e si dice, alla propria fidanzata - isolarlo da un contesto più complesso, dargli valore rendendolo un estratto di vita messo su un dm bianco, su un sacchetto. Prendo ispirazione anche da tanti artisti, ma gli artisti che mi piacciono fanno cose totalmente diverse da quello che è l’output della mia creatività (ride).
Friday Fries?
Da quando sono bambino odio farmi fotografare, le uniche foto che possiedo sono quelle rubate da mia madre durante le vacanze. Ho aperto il mio primo profilo Instagram, Friday Fries nel 2016 dove ripostavo tutti i contenuti che pubblicavano le pagine di fotografi, artisti e architetti che mi piacevano. Quindi era una pagina di contenuto, una sorta di grosso moodboard. Poi, successivamente a questa esperienza, ho estrapolato alcuni espedienti comunicativi che sono le scritte, le mail per creare il mio linguaggio creativo di adesso. Quindi Friday Fries è stata un’enorme palestra da dove ho estratto alcune idee.
Nei tuoi lavori utilizzi spesso il packaging delle marche, il tuo main canvas. Perché questa scelta?
Io utilizzo come tela il packaging e i sacchetti dei brand che vengono recuperati un po’ da ovunque: Montenapoleone la sera, prima che vengano a pulire la via, piuttosto che da personaggi che si occupano di buying. Alle volte mi vengono persino forniti dai brand. Utilizzo questo tipo di medium perché oggi un brand non ti vende solo un prodotto ma un universo culturale e valoriale. Siccome la mia volontà è sempre stata fare qualcosa di creativo che potesse arrivare a un grande numero di persone, una sorta di pop art , utilizzare questo medium poteva essere un sistema per essere immediatamente riconosciuto da una grande parte di persone. Quello che faccio io è lavorare con le parole per costruire una relazione tra quello che scrivo e quello che rappresenta il brand creando a volte degli ossimori concettuali. Ho deciso di utilizzare i sacchetti dei brand per arrivare immediatamente ad un grande numero di persone a livello globale perché ormai grazie alla comunicazione odierna i brand sono presenti nella vita di tutti i giorni, tutto il giorno.