Making Marie Antoinette - Intervista ad Andrew Durham

Making Marie Antoinette - Intervista ad Andrew Durham

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Se c’è un film che ha segnato il mio gusto cinematografico e, più in generale, la mia sensibilità artistica, quel film è Marie Antoinette di Sofia Coppola.

Quando arrivò nelle sale italiane, avevo dodici anni e conoscevo poco, quasi nulla, della Delfina di Francia e del suo consorte, Luigi Augusto, passato alla storia come Luigi XVI. Iconico sotto ogni aspetto, incredibilmente moderno e romantico, il film di Coppola ha delle immagini che non si possono dimenticare.

In occasione del ventesimo anniversario di questo capolavoro, sono diverse le iniziative in programma per celebrarlo. Tra queste, l’uscita del libro Making Marie Antoinette di Andrew Durham, pubblicato da Important Flowers a settembre 2026, la mostra Marie-Antoinette by Sofia Coppola, allestita al Petit Trianon della Reggia di Versailles dal 22 settembre 2026 al 24 gennaio 2027, e l’arrivo su MUBI, il 6 novembre 2026, del documentario Making Marie Antoinette, diretto da Eleanor Coppola.

Ecco la mia intervista ad Andrew Durham, amico di lunga data e collaboratore di Sofia Coppola.

Cover of "Making Marie Antoinette" photography book by Important Flowers, featuring a historical portrait of Marie Antoinette.
Making Marie Antoinette (Important Flowers, 2026) by Andrew Durham is published by MACK.

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‍Sfogliando Making Marie Antoinette, è impossibile non notare quanto tutti sembrino divertirsi sul set. C’è un momento particolarmente divertente o indimenticabile delle riprese che ancora oggi ti fa sorridere?

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Un ricordo che mi è rimasto impresso a distanza di vent’anni non riguarda in realtà un momento sul set, ma quello che è successo dopo l’orario di lavoro. Una sera, dopo le riprese, alcuni di noi sono usciti insieme per andare al Le Baron. All’epoca, il Le Baron era il locale notturno più alla moda di Parigi ed era diventato anche un punto di ritrovo per la troupe di Marie Antoinette.

In quel periodo vivevo con Sofia nell’appartamento che Sony aveva messo a sua disposizione. Mi aveva dato le chiavi di casa, chiedendomi per favore di non perderle. Rifare le chiavi di un appartamento parigino è molto più complicato che farne di nuove negli Stati Uniti.

Comunque, a un certo punto della serata - probabilmente sulla pista da ballo del Le Baron - ho perso le chiavi. Me ne sono accorto solo alle prime ore del mattino, quando siamo tornati a casa barcollando, esausti, e abbiamo provato a entrare.

Nel libro c’è proprio una foto di quel momento: Sofia, io e il mio amico John, che era venuto a trovarmi da Los Angeles. Chiusi fuori dall’appartamento.

Quello che adoro di questa foto è che, anche se probabilmente erano le quattro del mattino e noi eravamo distrutti dopo aver bevuto champagne e ballato tutta la notte, Sofia appare glamour e splendida come sempre.

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Tu e Sofia Coppola condividete non solo una lunga collaborazione creativa, ma anche una stretta amicizia. In che modo questo legame personale ha influenzato il modo in cui hai fotografato la realizzazione di Marie Antoinette, e cosa rende così speciale lavorare con Sofia?

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Le fotografie non sarebbero risultate altrettanto personali o spontanee se non avessi già avuto un rapporto con Sofia. A quel punto eravamo già buoni amici, quindi Sofia si sentiva a suo agio con la mia presenza sul set. Non ero uno sconosciuto che doveva trascorrere del tempo per conquistarsi la fiducia del cast e della troupe.

Conoscevo anche Lance Acord, il direttore della fotografia, e questo mi è stato davvero d’aiuto. Lance era a suo agio con il fatto che mi muovessi sul set e scattassi fotografie. Inoltre, conoscevo già un po’ Kirsten Dunst e conoscevo Jason Schwartzman - che è cugino di Sofia - da quando era piuttosto giovane. Tutto questo è stato molto utile.

Avendo lavorato per anni su numerosi set cinematografici, ho imparato che ciò che rende così particolari i set di Sofia è quanto tutto sembri tranquillo. Il regista dà davvero il tono all’intera troupe. Se lavori con un filmmaker ansioso, nervoso o imprevedibile, questo influenza l’atmosfera di tutto il set e lo si percepisce chiaramente.

Sofia ha un atteggiamento estremamente sicuro, ma allo stesso tempo discreto e riservato, e tutta la troupe assorbe la sua energia. Immediatamente tutto diventa più rilassato, lasciando alle persone lo spazio di cui hanno bisogno per dare il meglio.

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Quando Carine Roitfeld ti chiese per la prima volta di vedere le tue fotografie scattate dietro le quinte, avresti mai immaginato che sarebbero diventate immagini così iconiche e associate al film? Quando ti sei reso conto di aver documentato qualcosa di davvero speciale?

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Sono rimasto sorpreso quando Carine mi ha chiesto di vedere le fotografie. Sul set c’era già un fotografo incaricato degli scatti necessari per lo studio cinematografico. Immaginavo che Carine volesse vedere qualcosa di diverso. Forse qualcosa di più informale e personale.

I numeri di Paris Vogue del periodo in cui Carine ne era direttrice sono ancora oggi i miei preferiti. Ha un occhio incredibile, quindi, inutile dirlo, ero entusiasta del fatto che fosse interessata alle mie fotografie.

Dopo la pubblicazione delle immagini, arrivò immediatamente una richiesta da parte di altre testate in tutto il mondo. Dovetti affidarmi a un agente per la distribuzione internazionale che si occupasse di tutte le richieste. Prima di allora non avevo nemmeno idea di cosa fosse un agente di distribuzione!

È stato davvero fantastico vedere i miei scatti personali utilizzati per promuovere il film.

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Oltre alla ormai celebre fotografia di Kirsten Dunst e Jason Schwartzman in costume di scena mentre usano un computer portatile, una delle mie immagini preferite è quella dei due che vanno in scooter. Ricordi quel momento? Che atmosfera c’era sul set?

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Credo che la mia esperienza sul set fosse un po’ diversa da quella della maggior parte del cast e della troupe. Loro erano tutti lì per lavorare duramente. La produzione era un’impresa enorme. Tutti erano concentrati sulle scenografie, sui costumi, sulle luci, sulla cinematografia e, naturalmente, sulle interpretazioni.

Io, tecnicamente, non facevo parte della troupe. Ero venuto in Francia da solo e potevo andare e venire a mio piacimento, quindi avevo il lusso di poter semplicemente esplorare il set ogni giorno e fotografare le cose che attiravano il mio interesse.

Una delle cose che mi affascinavano particolarmente, e che secondo me creavano immagini molto dinamiche, erano quei momenti in cui gli attori erano ancora completamente vestiti e truccati secondo l’epoca del film, ma facevano qualcosa di assolutamente contemporaneo: parlavano al cellulare, bevevano un caffè, fumavano una sigaretta e, naturalmente, guardavano i loro laptop o salivano su uno scooter.

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Image credits: Andrew Durham, from Making Marie Antoinette (Important Flowers, 2026) Courtesy of the artist and MACK.

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