Marbell, un linguaggio da indossare

Marbell, un linguaggio da indossare

Come Marzia Bellotti reinventa l’outerwear, tra creatività e consapevolezza.

Chi è la persona che veste Marbell?

Marzia Bellotti: È una persona che può sbagliare e sbagliare ancora, rialzarsi, capire, imparare, affrontare le proprie paure e magari conviverci — perché non sempre si superano. In una società supercompetitiva, meglio essere “perdenti” se lo si fa per una giusta causa, se durante il cammino si incontra qualcuno o qualcosa che ci fa cambiare idea e obiettivo. È un abitante di più mondi, perché il proprio se lo porta sempre con sé.

Così ha inizio l’intervista di Marzia Bellotti, ex Creative Director e Co-founder del brand Khrisjoy, oggi a capo del suo nuovo progetto: Marbell.

Il nome del brand è un gioco di parole - una fusione tra il nome e cognome di Marzia Bellotti - e racchiude il suo percorso di crescita personale e creativa, che l’ha portata a ridefinire l’outwear con un approccio contemporaneo e all'avanguardia.

Forte della sua esperienza infatti, Marzia si distingue per un visione innovativa della costruzione del capo, dove sceglie di superare le tradizionali categorie stilistiche per abbracciare un’estetica più libera, ampia e concettuale.

Non si limita al capospalla, ma esplora nuove combinazioni e silhouette, celebrando l’autenticità e l'identità individuale.

Amy Jacket

Se dovessi raccontare l’estetica di Marbell con un’emozione dominante, quale sarebbe? E perché?

MB: Fragilità. Una forte fragilità, un ossimoro. La fragilità è una sensibilità autentica: non giudica, non alza muri.

Ci porta ad essere consapevoli di chi siamo, nel bene e nel male. Essere fragili richiede coraggio — e il coraggio, paradossalmente, ci rende più forti.

Essere chi siamo, abitare il nostro stesso mondo e avere la forza di portarlo con noi - questo uno dei concetti chiave che ispira la collezione. E non a caso la Pre Fall 2025 - che si articola in sei modelli per un totale di circa 30 pezzi - è caratterizzata da capi che portano i nomi di donne iconiche.

Modelli che incarnano la "Donna" con la D maiuscola, e che sono una profonda fonte d'ispirazione per Marzia.

Sai, i tuoi capispalla sembrano avere una personalità propria. Come costruisci la loro storia?

MB: Beh ecco… Tutti i capi della collezione hanno il nome di una donna che mi rappresenta. La loro storia si intreccia con la mia e prende forma nel capo stesso. Sono donne carismatiche, forti, fragili ma consapevoli.

I nomi sono:

• Kristen, come Kristen Stewart: un bomberino in nylon con sciarpa incorporata, un po’ grunge.

• Amy, come Amy Winehouse.

• Zoe, come Zoe Kravitz.

• Kate, come le Miss.

Kate Jacket

Per Marzia, da sempre fare moda non significa solo realizzare capi, ma costruire un vero e proprio linguaggio.

Un modo per esprimersi - proprio come accade con le parole, i gesti, o persino i tatuaggi… Bisogna saper trasmettere un’emozione, un messaggio - altrimenti, che senso avrebbe? I capi sono infatti solo un mezzo: la moda prende voce attraverso loro, ma ognuno è sempre libero di interpretarla come più vuole.

E così, anche il processo creativo di Marzia tiene sempre conto dell’autenticità, dell’espressività dell’individuo.

Cerco sempre di rimanere fedele all’idea iniziale.
Anche se i cambiamenti più frequenti sono dovuti spesso a problemi di costo Tanta creatività infatti viene sacrificata per ottenere un prezzo di vendita accessibile, ma mantenendo sempre la qualità, che per me è fondamentale.
Tutti i capi sono Made in Italy - una scelta che comporta rinunce, ma che porto avanti con convinzione.

Per garantire infatti performance e resistenza, Marzia ha scelto come materiali tessuti tecnici e materici, imbottiture in ovatta e dettagli in eco-leather.

Con la Main Collection, ha poi introdotto anche il denim come nuovo fattore centrale e la maglieria in alpaca.

Parlare di capispalla a giugno è una provocazione. Come si scrive una narrazione che non dipende dalle stagioni?

MB: Potrei raccontarti la solita storia: il mondo è grande, il clima è cambiato… Ma la verità è che avere un core basato sui capispalla vincola. Per la spring/summer alleggerisci, anticipi le consegne…

Ma ciò che non deve mai cambiare è la narrazione del brand, il suo DNA, la sua estetica. Essere coerenti, senza farsi travolgere dal mercato.

La tua narrazione visiva è stratificata: da dove parte la costruzione di un’immagine?

MB: Dall’idea, sempre. Spesso visualizzo già nella mia testa l’immagine finale. Il problema è che non sempre si realizza: il tessuto può non essere adatto, o troppo caro, o non disponibile…

La costruzione stessa del capo può risultare troppo complessa — e quindi troppo costosa — e così, a volte, si abbandona ancora prima del campionario.

La direzione quindi è chiara: rimanere fedeli all’identità del brand, senza svendersi alle logiche del mercato.

Si cerca un equilibrio - sottile ma necessario - tra autenticità creativa e sostenibilità economica. Il focus resta poi sull’outerwear, ma con un approccio più libero che abbraccia anche pantaloni e maglieria. Il layering, le sovrapposizioni e i dettagli distintivi - come la sciarpa fissa o removibile - diventano una componente essenziale. In questo contesto, lo styling assume un ruolo fondamentale: è il linguaggio visivo che racconta l’anima del marchio.

Cosa ti ha ispirata recentemente, fuori dal mondo della moda?

MB: La trap. Un genere che ho iniziato ad apprezzare sia per i contenuti che per l’estetica. L’eccesso, la ridondanza, la provocazione, lo show-off…

Tutto questo nasconde in realtà sentimenti molto semplici. Anche gli outfit, ribilanciati e remixati, funzionano proprio per questo.

Inoltre, anche Milano - casa sua - la ispira giorno dopo giorno. O meglio, quello che davvero le apre la mente è viaggiare - scoprire, perdersi, osservare - per poi tornare in un luogo sicuro come Milano, per raccogliere le idee e fare il punto della situazione.

Non esiste infatti nessun luogo in particolare - non una strada, un quartiere, un angolo nascosto- che rappresenti appieno Marzia né tantomeno Marbell.

Questo perché il cambiamento è parte integrante della sua identità: lasciarsi guidare dai momenti, seguire le emozioni, sono spinte che alimentano la creatività e impediscono che qualcosa venga definita una volta per tutte.

MB: Ci sono giorni in cui amo la folla variegata (come in Piazza Duomo), altri in cui preferisco il silenzio delle zone industriali o dei quartieri che conservano l’anima della vecchia Milano. Muovendomi in bicicletta riesco ad apprezzare tanti dettagli che altrimenti passerebbero inosservati.

Kirsten Jacket

Ma in una città - come Milano - che produce trend a velocità vertiginosa, come si costruisce qualcosa che duri nel tempo?

MB:Adattandosi. Cogliere il meglio, inglobarlo, digerirlo e farlo proprio. Non si può ignorare il mondo che cambia. Bisogna cambiare con lui, senza perdere sé stessi.

Infine, se Marbell diventasse uno spazio, un oggetto, un’architettura… cosa sarebbe?

MB: Un quadro. Di qualsiasi genere. Perché ognuno può interpretarlo come vuole, vedere ciò che vuole. Un proprio mondo.

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