Leonardo Dini e la fragilità come forza

Leonardo Dini e la fragilità come forza

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Ho conosciuto Leonardo e la sua arte per caso, inciampando in un post di Instagram (siano lodati i social per questo tipo di networking) e mi sono innamorata della sua originalità in tempo zero. 

Quello che colpisce scrollando il suo catalogo è il linguaggio con il quale le opere comunicano. Tradizione e trasgressione si abbracciano creando uno stile ben distinguibile. Ceramiche decorate con tecniche e motivi unici incontrano l’antico mestiere della terracotta: vasi ricoperti da borchie metalliche, rondini tatuate sulla superficie, colori vivi e smalti brillanti.

“Graffiti gentili”, come li definisce lo stesso Dini, vestono la ceramica che nella sua fragilità rappresenta la condizione umana, capace di trasformarsi attraversando il fuoco.

Ogni pezzo vuole raccontare qualcosa, ogni dettaglio chiede di essere osservato da vicino.

Volevo sapere cosa innescasse quella creatività tanto unica, così ho contattato Leonardo e siamo riusciti ad incontrarci all'inaugurazione della mostra “Architetture dell’intimo” alla Manuel Zoia Gallery di Milano che ospita tre suoi pezzi (visitabile fino al 17 ottobre). 

Leonardo, nella sua bellezza disarmante, è in grado di arrivare all'altro con una dolcezza incredibile, raccontando una storia fatta di identità e accettazione, libertà e senso di appartenenza. Ed è proprio da questa storia che parte tutto.

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La tua è una scuola ibrida, sei passato dall'arte del tatuaggio a quella della pittura fino alla ceramica. Come è nata questa passione e quando hai capito che sarebbe diventata una parte così importante della tua vita?

‍È iniziata per gioco, dopo il coronavirus. La chiusura obbligata mi ha portato a rivivere una chiusura interiore dell’età adolescenziale, così ho iniziato a dipingere tele con il librarsi di sole rondini.

Da qualche anno, ma soprattutto in questo momento, sto capendo quanto sono grato. Penso di aver trovato la mia strada, una passione che va crescendo.

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Tatuaggio, pittura e ceramica sono linguaggi molto diversi. Come hai gestito la trasformazione e la differenza dei materiali e delle discipline nella tua evoluzione artistica?

‍Le tecniche e i materiali cambiano, in realtà possono avere diverse cose in comune. La capacità di vedere armonia e bellezza è centrale. Manualità, pazienza: sono tutte lavorazioni meditative.

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Le rondini sono al centro della tua creatività, c'è un significato più profondo che ti lega a questi animali? 

‍Nel repertorio del tatuaggio tradizionale, la rondine è un classico del ritorno a casa. Per me, incisa sulla pelle a soli quindici anni, è stata invece il primo grido di una casa che ancora non avevo.

Fin da bambino ho sentito addosso il peso di una diversità che chiedeva solo di diventare libertà. Un bisogno viscerale, soffocato dal rifiuto di guardare in faccia la mia sessualità e cresciuto all’ombra di una inadeguatezza che mi consumava in silenzio. Per dieci lunghi anni ho camminato stretto in una catena d’aria e aspettative sociali: invisibile, eppure pesante come il ferro, capace di tenermi lontano dalla mia stessa vita. Poi l’incantesimo si è spezzato. Ho smesso di nascondermi per iniziare, finalmente, a esistere.

È da questa liberazione che nascono le mie rondini dipinte. Alcune di loro non hanno un capo comune, ma un occhio limpido, cristallizzato. È lo sguardo dell’osservatore che ha smesso di vagare al buio: una presenza visibile e profonda che veglia sulle altre rondini, ancora in volo, mentre inseguono la propria verità.

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Da dove arriva la tua ispirazione? C'è un rito, un percorso specifico che ti porta alla realizzazione di un'opera? 

‍Mi piace sperimentare e cambiare frequentemente. Gioco molto con i colori e i vari accostamenti, con i lustri a terzo fuoco.

L’ispirazione viene dai colori della natura, ma anche da tutto ciò che mi circonda, che mi fa pensare e immaginare nuove idee.

Quando sviluppo una scultura, parto dall’immagine che vedo nella mia testa, che tutte le volte viene modificata nel corso dell’opera in maniera naturale.

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Lo scorso anno due tue opere sono state acquistate da Madonna, al di là della notorietà del personaggio, in una visione più di artisti che supportano artisti, quanto è stato significativo questo fatto?

‍Sicuramente è molto significativo aver scelto qualcosa di mio: un artista emergente e autodidatta. Sapere che due opere hanno trovato spazio nella sua collezione mi dà fiducia nel credere in quello che sto costruendo. È una conferma che il linguaggio dell’arte riesce a superare ruoli e fama. 

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C'è una corrente o una figura specifica che ti ha fatto da guida nel trovare la tua dimensione artistica?

Sto ancora trovando la mia dimensione artistica. Vado molto in base al mio gusto personale e sto imparando ogni giorno.Il bello della creatività è la possibilità di spaziare e sperimentare. Ho poi avuto la fortuna di incontrare Massimo, un artigiano che mi insegna i trucchi del mestiere.

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Quanto il tuo modo di vivere influenza quello che crei e quanto, invece, è il tuo lavoro a influenzare il modo in cui guardi la vita? Qual è un aspetto di Leonardo che prevale nel tuo processo creativo? 

Nel mio processo creativo prevale la curiosità. Non parto mai da certezze, ma da domande. Mi interessa esplorare la materia, la fragilità, le emozioni dell’essere umano.
Credo che il mio lavoro sia proprio questo: un dialogo continuo tra ciò che vivo e ciò che ancora devo comprendere.

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La tua formazione artistica si è nutrita molto delle esperienze internazionali che hai vissuto. Quanto è importante per te che la tua arte venga conosciuta sempre di più anche fuori dall’Italia? 

Le mie esperienze internazionali mi hanno permesso di arricchirmi a livello personale.
Essere riconosciuto a livello internazionale significa quindi maggiore visibilità, ma anche sentire che il mio lavoro riesce a creare un dialogo al di fuori del contesto in cui è nato.

Come le rondini: partire, lasciarsi attraversare da nuove esperienze e poi tornare a casa, arricchiti di qualcosa. O magari con una consapevolezza più profonda della mia identità artistica.

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