MiMi Thorisson: il nuovo libro A Kitchen in Italy
In occasione dell’uscita del suo nuovo libro A Kitchen in Italy, edito da Clarkson Potter, ho chiesto a MiMi Thorisson, una delle food writer più celebri al mondo, di raccontarci la sua idea di cucina.

Il tuo nuovo libro è una lettera d’amore all’Italia. Perché hai deciso di stabilirti proprio a Torino?
Torino mi è sembrata una città dalle bellezza silenziosa — raffinata ma discreta, una città con radici profonde nella tradizione e allo stesso tempo uno spirito moderno. Sono stata attratta dalla sua eleganza, dal modo in cui la luce colpisce i portici, dai suoi caffè intrisi di storia. È vicina alla campagna e alle Alpi, e ciò che cresce in questa regione influenza profondamente la mia cucina. Torino non è l’Italia che tutti conoscono: sussurra invece di gridare, e questo mi ha conquistata. Mi ha dato lo spazio per creare, osservare e vivere più lentamente, cosa essenziale per il mio modo di cucinare.

Le ricette di questo libro sono grandi classici della cucina italiana, e ogni stagione ha i suoi piatti. Chi sono stati i tuoi “maestri” e come hai imparato i segreti per creare piatti così straordinari?
I miei più grandi maestri sono state le persone che ho incontrato lungo il cammino — donne di piccoli villaggi che cucinavano seguendo l’istinto e la memoria più che le ricette. Ho imparato nelle loro cucine, osservando come impastano, quanto lentamente lasciano ridurre un sugo, come regolano il sale affidandosi solo all’intuizione. Ho passato anche molto tempo nei mercati locali, parlando con produttori che conoscono intimamente i loro ingredienti.
La cucina italiana è generosa: è un sapere che passa di mano in mano. Il mio ruolo è stato semplicemente ascoltare, assorbire e onorare queste tradizioni a modo mio.

Tutte le fotografie sono state scattate da tuo marito, Oddur, e ritraggono deliziose scene di vita familiare con i vostri figli e i vostri cani. Qual è l’aspetto più bello del combinare vita professionale e familiare, e quale il più difficile?
La parte più bella è che nulla è costruito: la nostra vita è disordinata, gioiosa e piena di movimento, e noi accogliamo tutto questo in ciò che creiamo. Condividere questo percorso con Oddur significa che il lavoro diventa, nel tempo, un album di famiglia. I bambini crescono, i cani invecchiano, e la nostra tavola evolve con noi.
La difficoltà è che non esiste separazione. La nostra casa è il nostro studio, il nostro spazio di lavoro, il nostro rifugio. A volte può essere travolgente, ma credo che la creatività prosperi nella vita reale, non nella perfezione.
Ciò che a volte sembra caotico spesso diventa, col senno di poi, la cosa più poetica.

Come è cambiato il tuo approccio alla cucina (e alla vita) da quando hai pubblicato il tuo primo libro, A Kitchen in France?
Ho imparato a semplificare — non a fare di meno, ma a fare tutto con maggiore presenza. La mia cucina è diventata più intuitiva, radicata in ciò che la giornata porta con sé. Mi fido di più del mio istinto, sia come cuoca sia come madre. Ora accolgo le imperfezioni: rendono un piatto, e una vita, più memorabili.

Quale figura femminile ti ha ispirata di più nella tua vita e come traduci questa ispirazione nel tuo approccio alla cucina?
La mia più grande ispirazione è stata mia zia francese. Portava in cucina una grazia e una sicurezza straordinarie — mai di fretta, sempre composta. La sua cucina non era elaborata, ma profondamente pensata, piena di una raffinata sobrietà. Mi ha insegnato che l’eleganza spesso risiede nella misura, nel lasciare parlare i buoni ingredienti senza intervenire troppo. Porto con me questa lezione ogni giorno. In cucina cerco di cucinare come lei viveva — con intuito, intenzione e serenità.
Qual era uno dei tuoi piatti preferiti dell’infanzia? E quale piatto rappresenta il tuo presente?
Da bambina adoravo la semplicità di un carciofo al vapore servito con una classica vinaigrette francese — di quelli che si sfogliano foglia dopo foglia, lentamente, con pazienza. Mi ha insegnato presto che il cibo può essere sia un’esperienza sia un momento di quieta riflessione. Conservo anche ricordi affettuosi dell’oca arrosto in stile cantonese, un piatto della mia eredità asiatica che aveva un sapore festoso e ricco di tradizione.
Oggi mi rappresentano dei buoni tajarin con un ragù perfetto. È un piatto semplice ma raffinato, stagionale e preparato con cura. Ogni volta che lo cucino mi ricorda l’importanza della pazienza, dell’attenzione e dell’amore in cucina — l’essenza stessa del mio modo di vivere il cibo e la vita oggi.
Foto: Courtesy of Clarkson Potter

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