“Restare è un verbo silenzioso” di Marika Sangalli: quando amare significa imparare a non andarsene da sé stessi
Il romanzo d’esordio di Marika Sangalli (Carthago Edizioni) è una storia d’amore a intermittenza che usa Milano come mappa del cuore.
Ci sono libri che si aprono con un’idea e altri che si aprono con un gesto. “Restare è un verbo silenzioso” si apre con un gesto minuscolo: Ginevra cammina su corso Venezia con gli auricolari senza musica (“li portava solo per sembrare impegnata”) e davanti a una vetrina di yoga legge la scritta dorata Namaste. Mormora “Sì certo. Anche no” e attraversa la strada. È una scena da trenta secondi, ma contiene tutto: la corazza dell’ironia, la stanchezza di chi ha creduto troppo, il desiderio mascherato di non sentire più niente. Questa è la sua storia che, forse, può essere anche la nostra.
Una protagonista che ama “troppo”
Ginevra lavora in un ufficio grigio e fa da psicologa non retribuita ai colleghi. Ha un archivio di ex che la sua amica Chiara tiene in un dossier e ha un talento per le dichiarazioni in grande stile. Dopo l’ultima delusione amorosa però ha deciso di diventare “asettica”, un bicchiere d’acqua senza sapore né temperatura. Poi incontra Davide, insegnante di meditazione in una sala yoga di Porta Venezia, voce da calmante naturale e braccialetti di legno. Lui la guarda senza fretta. Lei, invece di scappare, cade (letteralmente, sul tappetino, davanti a trenta sconosciuti).
Come finisce un amore, senza botto
Il libro non racconta una rottura: racconta una evaporazione. Ci sono i primi giorni di una felicità quasi imbarazzante, la penna regalata con un biglietto (“Per essere con te, anche quando non ci sono”), il bacio ai giardini di via Palestro. C’è il patto firmato su una panchina di Parco Sempione. C’è il post-it “Promettiamo di restare, comunque vada”. Poi arrivano le crepe e Sangalli le racconta con una precisione che fa male: un emoji che sparisce, un soprannome che non viene più usato. Un “buongiorno” alle 7:12 che diventa un “come stai?” alle 9:46. Il diario di Ginevra lo ammette: forse l’amore non finisce con un boato, ma evapora piano. Chi ha vissuto una relazione fatta di messaggi attesi, doppie spunte e silenzi “che fanno rumore” troverà qui pagine che sembrano scritte per lei/lui.
Il rumore dell’assenza
Il titolo non è una frase a effetto: il silenzio è il vero antagonista. Silenzio dell’attesa, come strategia, come cura e come fuga. Ci sono capitoli costruiti come un calendario a due voci: Ginevra a Milano sotto la pioggia, Davide in un ritiro all’estero con il telefono lasciato in una scatola. Il libro alterna infatti diari e punti di vista, con pagine di Ginevra, di Chiara e anche di Davide, e questo impedisce di ridurlo a un “cattivo”: è un uomo confuso e gentile che non sa restare, e questo lo rende più doloroso. Proprio lui, quella persona che diceva che ci sarebbe sempre stata, dove finisce? Ginevra dice di essere diventata fredda, lui risponde con parole che non risolvono nulla. Finisce con un “ok”. E con la sensazione che certe conversazioni non chiudano niente ma che finiscano, punto e basta.
Milano, la città che ricorda
La Milano di Sangalli ha un sapore preciso: Corso Venezia e Porta Venezia, i Giardini Montanelli, Parco Sempione e il suo laghetto, corso Buenos Aires, una boutique nascosta in una traversa di Brera… Via Palestro è il punto emotivo: Davide regala a Ginevra una bussola con le coordinate di quel luogo, “le coordinate del nostro amore”. Quando lei ci torna dopo la fine, la città non è cambiata: sono gli alberi, la panchina, la luce. È cambiata lei. È una Milano senza cartolina che a un certo punto diventa il modo in cui Ginevra misura la propria guarigione.
La risalita: ridere è ossigeno
Se la prima parte è comica e la seconda dolorosa, la terza è una risalita lenta e tenerissima. Una lista scritta a mano sul tavolo, una serata di speed-date disastrosa, un corso di scrittura, un cane di nome Briciola che appoggia la testa sulla caviglia di Ginevra a Parco Sempione, mentre un signore anziano le dice che si guarisce un po’ al giorno: “proprio come si era smesso di stare bene”. E poi Chiara, che merita un capitolo a parte: l’amica che fa da da specchio e da salvagente, capace di ridere fino alle lacrime davanti a un documentario sui pinguini. C’è anche un gesto piccolissimo che vale mezzo romanzo: Ginevra non strappa né brucia il post-it della promessa. Lo infila in un libro, come segnalibro. Non cancella, non idolatra: lo mette “semplicemente” nel passato.
Ciò che resta
Non vi diciamo come va a finire, ma è un finale che non cerca la rivincita né la morale da favola. Il libro riprende l’immagine dell’inizio e le dà un significato opposto, chiudendo con una lettera che non verrà spedita: non un addio gridato, ma il momento in cui Ginevra smette di aspettare. In una pagina di diario c’è la frase che riassume il romanzo: per amare davvero bisogna saper restare quando fa male, e poi saper restare anche con sé stessi.
Ecco perché abbiamo amato questo libro: perché prende una parola che di solito associamo all’attesa (restare) e la rovescia. Restare non è trattenere qualcuno: è non abbandonarsi.
Credits: casa editrice Carthago

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