Maison Nencioni - Empowering clothing for powerful women

Maison Nencioni - Empowering clothing for powerful women

Oggi ho chiacchierato con Elisa, fondatrice e designer di Maison Nencioni. Dopo esserci conosciute l’anno scorso in fashion week e rincontrate casualmente un mese fa, ho voluto chiederle di raccontarci qual è  l’identità del suo brand e come è nato.


Chi è Elisa? Come ti descrivi?

Sono una persona molto curiosa e affascinata da tutto ciò che non conosco, proprio per questo avendo scelto come percorso di studi il liceo linguistico mi sono rapportata a culture diverse,e la letteratura è stata un punto cardine per la scoperta di esse.
Diverse contaminazioni hanno stimolato la mia voglia di imparare e di rapportarmi a qualcosa che non faceva parte del mio sapere. Ho poi voluto approdare nel mondo della moda perché la moda è rinnovamento e ricerca di novità e stimoli  in continua evoluzione.
Questo per me ha una una rilevanza sociale perché, sopratutto l’alta moda, dovrebbero parlare di cultura, di dove siamo adesso e cosa vorremmo che accadesse nel futuro più prossimo.

Elisa Nencioni

Come nasce Maison Nencioni?

Maison Nencioni è il mio sogno, da quando ho iniziato a studiare moda il mio obbiettivo era riuscire a creare un mio brand per potermi esprimere.
Dietro alle mie collezioni si nasconde tanta ricerca che mi porta ad avere delle idee ben precise. Queste ultime però non devono prendere il sopravvento perché, per me, la moda deve essere indossata, è un equilibrio ben bilanciato.
Chi indossa i miei vestiti sa che dietro c’è una storia, storia che può essere indossata al di là del prodotto. Questa mia esigenza di espressione nasce da un percorso di studio ben preciso.
Ho frequentato la LABA, Libera Accademia di Belle Arti a Firenze. Successivamente, sempre a Firenze, ho conseguito un master all’ Istituto Marangoni in Fashion Design Collection and Marketing.
Sono state due esperienze fondamentali. La prima mi ha dato le basi e le conoscenze sulla parte teorica e tecnica di costruzione del cartamodello, cuciture e rifiniture del capo, fondamentale per rapportarsi con le aziende, mentre la seconda mi ha insegnato come si pensa e come si costruisce una collezione.
Grazie all’ Istituto Marangoni, il quale mi ha messo in contatto con diversi professionisti del settore, sono riuscita a fare le mie prime esperienze lavorative.

Cosa ti ha portato ad aprire un tuo brand, considerando rischi e disponibilità economica?

Mi sono lasciata tutto alle spalle e mi sono buttata. Questo aspetto, come ho sottolineato in precedenza, fa parte di me: cercare quello che voglio veramente. Per questo prendo in considerazione un libro che mi è di grande ispirazione, Siddharta di Erman Hesse, il cui protagonista è alla ricerca del suo perché. Il mio di perché è seguire l’istinto e i miei sogni.
È sicuramente un grande rischio e non è facile spiccare come brand emergente anche se, grazie al lavoro di Sara Maino, in fashion week si ha l’opportunità di farsi conoscere, basti pensare a Luchino Magliano, Federico Cina e Quira.

In che modo sono sostenibili i tuo capi?  Quali materie prime utilizzi?

Per me Ia sostenibilità è un processo. I miei abiti sono sostenibili sotto vari aspetti. Mi concentro sull’utilizzo di tessuti provenienti da dead stock, come fa anche la designer Marine Serre.
Anche se ciò richiede un costo più elevato, metto in conto che la palette colori di partenza sarà un po’ sfalsata rispetto a quello che troverò disponibile, come anche l’abbinamento fra i tessuti, le quantità.
Mi piacerebbe che i capi venissero vissuti non solo da una singola persona e che oltre all’abito venisse vissuto il concetto che c’è dietro.

Un altro aspetto sostenibile è la produzione, produco in Italia e solo in Toscana, collaborando con laboratori locali usufruendo delle maestranze che, altrimenti, andrebbero perdute.
Sono aziende più piccole che hanno una maggiore esperienza nella manualità, proprio grazie a ritmi di produzione più lenti.
A Certaldo, a Castel Fiorentino e a Empoli, venti-trent’anni fa la produzione e la lavorazione di pelle, cappotti e tessuti leggeri era il doppio di quello che ne rimane ora, oramai la produzione traslata all’estero ha fatto ridimensionare le nostre aziende.
Per me produrre nei territori limitrofi a dove vivo è una scelta etica per far si che il nostro know how duri nel tempo.
Anche per le prossime collezioni ho intenzione di lavorare con dei ricamatori (che sto cercando) che possano riprodurre dei ricami tipici della zona. Per il momento li ricorda mia nonna ma ha già 95 anni.

Infine, cerco sempre tessuti con composizione 100% per far sì che il riciclaggio avvenga correttamente.

Chi veste Maison Nencioni? Qual è il tuo target di riferimento?

È una donna che si sente donna e non deve esserlo necessariamente biologicamente. È una donna forte, fiera di esserlo e che vuole sentirsi femminile.
Ho sempre creduto nella femminilità, o meglio, mi sono trovata a doverla indagare, non sempre viene vissuta bene dalle donne stesse, è un concetto che mi tocca da vicino.
Vorrei riuscire a trasmettere il rispetto e l’amore per la femminilità al di là della frivolezza che spesso le viene attribuita.
Troppe volte passa il messaggio, sbagliato, che per essere prese sul serio bisogna indossare il tailleur nero. Per me non è così. Io non ho niente in contrario al tailleur nero però l’ho rifatto seguendo i dettami della mia maison introducendo diversi spacchi. Non necessariamente per sentirmi una donna forte non devo mostrare la mia sensualità. Il mio essere donna non deve essere sminuente.
Ricerco sempre femminilità, sensualità ma assertività. E, la mia prima collezione In my skin, ne fa da testimone.

Come ti senti da donna ad essere capo di una tua azienda? Ti senti libera di poterti esprimere completamente?

Per il momento mi sento libera di esprimermi come preferisco grazie anche al mio carattere, voglio parlare alle donne forti e per questo devo esserlo io in prima persona.