Jenny Sais Quoi. Il meraviglioso mondo di Jenny Walton
Se c’è una persona che ha davvero qualcosa da dire in materia di stile, quella persona è Jenny Walton. Artista a tutto tondo, illustratrice, pittrice e icona di stile, Jenny è, a mio parere, una delle voci più interessanti del fashion system contemporaneo.
Avevo già intervistato Jenny una prima volta nel 2022, ma non ci eravamo mai incontrate di persona. In occasione dell’uscita di "Jenny Sais Quoi", edito da Phaidon, ci siamo finalmente viste per parlare del libro, dell’importanza di coltivare il proprio gusto personale, dei colori di Milano e di come, anche un foglio di carta arrotolato su un marciapiede, possa trasformarsi in un’opera d’arte.

Perché e come hai deciso di scrivere un libro?
Ho sempre sognato di scrivere un libro, ma non sapevo mai davvero di cosa avrebbe parlato, perché faccio così tante cose. Per me è molto difficile guardarmi dall’esterno o scegliere una sola direzione. Per fortuna, due anni fa una senior editor di Phaidon a New York — si chiama Carla — mi ha contattata via email dicendo: “Ti seguo da anni, hai mai pensato di scrivere un libro su Jenny? Non so bene cosa potrebbe essere, ma parliamone”.
Ci siamo chiamate su Zoom ed è scattata subito un’intesa. Abbiamo parlato per circa due ore. Poi ci è voluto quasi un anno per capire quale dovesse essere il concept: l’indice, le varie sezioni. Io non sono molto brava con la struttura, e lei mi ha aiutata a costruirla. Io dicevo: “Ma la gente non può semplicemente leggere le pagine nell’ordine che vuole? Non importa da dove si inizi, basta cominciare a sfogliarlo”. E lei mi rispondeva: “Ho capito bene cosa vuoi dire, ma per un libro c’è comunque bisogno di una struttura.”
Il 2024 è stato un anno di ricerca e definizione, mentre nel 2025 ho iniziato davvero a scrivere. Ho deciso che il libro avrebbe ruotato attorno al vintage e allo stile personale, perché è ciò per cui sono conosciuta. Ma ho voluto includere anche le mie illustrazioni, i miei dipinti e le mie fotografie — tutte cose che rientrano nell’idea di stile personale, perché rappresentano il mio modo di vedere il mondo, sia attraverso un pennello, una macchina fotografica o il modo in cui creo un outfit vintage. Ho deciso quindi di creare una sorta di diario visivo. E a loro l'idea è piaciuta moltissimo.

Lo stile: innato o costruito nel tempo?
Credo davvero nella regola delle 10.000 ore applicata allo stile. Ho iniziato a pensarci perché un mio amico mi ha chiesto: “Non pensi di essere semplicemente nata con il tuo stile?”.
In realtà, se guardi molte delle persone con lo stile migliore, spesso sono anche creative in altri ambiti — pittrici, scrittori, designer (per esempio la signora Miuccia Prada) — e penso che sia perché tutti questi artisti hanno studiato l’estetica in senso ampio. Che si tratti di costruire una frase o un abito, oppure del lavoro di un make-up artist o di un hair stylist, credo fermamente che avere stile significhi conoscere profondamente sé stessi, e questo richiede tempo, dedizione e curiosità.
Sarei felicissima di passare un intero weekend nei negozi vintage, contemplando ogni singolo pezzo. Credo di avere un forte senso dello stile perché ho passato tantissimo tempo a osservare le cose belle. Georgia O’Keeffe è un esempio perfetto: un’artista del New Mexico con uno stile personale impeccabile, che era anche una pittrice e quindi studiava composizione, colore, natura. Tutte queste cose si alimentano a vicenda.
È un po’ come la teoria di Malcolm Gladwell in Outliers: servono 10.000 ore per diventare esperti in qualcosa. I Beatles, prima di diventare famosi, suonavano continuamente nei pub, e quando il successo è arrivato erano ormai una macchina perfettamente rodata. Ci vuole tempo. Non esistono scorciatoie.
Ora, quando faccio shopping, posso guardare qualsiasi capo appeso a una gruccia e sapere immediatamente come mi starà addosso. Non so nemmeno spiegarlo, è quasi istintivo.
Detto questo, penso anche che si possa nascere con una certa curiosità, con uno sguardo particolare che ti spinge ad andare a scoprire le cose. E molte persone hanno avuto una madre o qualcuno vicino, durante l’infanzia, che ha acceso in loro quell’interesse.

Nel libro parli molto di “color paletting”: che cos’è esattamente?
Stavo camminando per strada a New York con il mio beagle Charlie, oggi ha nove anni e mezzo, ma allora era ancora cucciola. Ho girato l’angolo e ho visto un foglio di carta arrotolato sul marciapiede. Era verde menta, un po’ più saturo, forse simile al riflesso di quello specchio laggiù (indicando uno specchio dietro di noi, ndr). Era letteralmente spazzatura, ma io ho pensato: “È bellissimo”. Ed è lì che ho iniziato a ossessionarmi con questa idea degli abbinamenti di colori.
Da quel momento ho iniziato a notare accostamenti di colori ovunque. Magari indossavo un bracciale blu e andavo a prendere un Campari rosso, e il blu e il rosso insieme sembravano incredibili. Era come un piccolo “plot cromatico”, una palette bellissima che appariva all’improvviso. Poteva essere anche tutto tono su tono — tutto rosso, ad esempio — oppure una combinazione completamente inaspettata. È qualcosa di totalmente personale. È un concetto inventato da me, di cui sono diventata ossessionata e che ormai cerco dappertutto.
Mi ricorda un po’ Pollyanna, il film americano degli anni Sessanta con Hayley Mills. Lei arriva in una piccola città dove tutti sono tristi e spenti, e porta un’energia nuova grazie al “gioco della felicità”: qualunque sia la situazione, c’è sempre un motivo per essere felici.
Per me è lo stesso: anche guardando la spazzatura per strada puoi trovare qualcosa di bello. Non ci sono regole, si tratta solo di imparare a notare il colore.
A volte è qualcosa di semplicemente piacevole — come quando il tuo costume da bagno si abbina per caso all’ombrellone a righe del lido, senza averlo pianificato. Magari sono entrambi blu e gialli, e all’improvviso te ne accorgi: è un piccolo momento di felicità.
Hai una palette di colori associata a Milano?
Che bella domanda. Milano è sinceramente quasi impossibile da lasciare. Se avessi tutti i soldi del mondo, terrei una casa qui per sempre. È la mia città preferita.
Ci sono tutti questi incredibili edifici di metà Novecento, tra gli anni Cinquanta e Settanta — il mio periodo architettonico preferito. Quando cammini per la città e vedi le piccole piastrelle a mosaico, magari blu oppure quel marrone lucido smaltato tipico degli anni Cinquanta, o una maniglia straordinaria, o ancora una libreria con dettagli centenari incredibili — cose così non trovi da nessun’altra parte. Milano è incredibilmente ricca di dettagli.
Se dovessi immaginare una palette per Milano, includerebbe assolutamente il giallo. Ho scoperto solo la settimana scorsa che il “giallo milanese” esiste davvero. Nel libro ci sono delle foto che ho scattato da Peck e ho poi creato una composizione con uno sfondo tra il giallo mango e l’arancio. È quel giallo che mi viene in mente quando penso ai vecchi tram. Quel giallo, quasi mango-arancio.
E poi c’è anche il verde menta di Marchesi. Direi quindi che la mia palette di colori milanese è giallo e verde Marchesi.

Da artista, che cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale?
Nel libro c’è un saggio intitolato Off the Algorithm, in cui sostengo che, se non conosci davvero te stesso, diventi estremamente vulnerabile a qualsiasi tendenza. Prima o poi nella vita ognuno di noi troverà la sua strada, ma serve tempo.
È un tema molto difficile. L’intelligenza artificiale ha creato questa aspettativa, anche nelle persone comuni, secondo cui, se hai bisogno di un’illustrazione o di un’opera d’arte, basta scrivere un prompt e ottenere un acquerello in pochi secondi. E alcune immagini sembrano davvero lavori che richiederebbero settimane a un artista. Trovo che questo sia triste, perché abitua le persone a pensare che l’arte possa essere prodotta istantaneamente. Ha un’apparenza di anima, ma non una vera anima.
Moltissimi illustratori stanno vivendo con difficoltà questa situazione. La gente pensa: “Perché dovrei pagare mille euro a un illustratore per una bella immagine, quando posso chiedere all’AI di crearla in pochi secondi?”.
Ma c’è anche un altro aspetto relativo a questa questione: se possiedi davvero un punto di vista autentico, se sei un artista con una voce che nessun altro ha, allora il modo in cui scrivi o disegni rimane soltanto tuo. In un certo senso, diventi ancora più prezioso, proprio perché tutto sta iniziando a somigliarsi.
Il vero pericolo è che le persone smettano completamente di pensare. Ho letto uno studio sugli studenti che usavano l’AI per fare brainstorming: usarla per organizzare le idee può essere utile. Ma quando la usi per fare direttamente il lavoro creativo o la scrittura, non devi più pensare davvero. Non devi più dedicare tempo alle cose.
È un po’ come il nuovo Google: anche con Google dovevi comunque formulare le ricerche, trovare il modo giusto di esprimerti. Ora invece è tutto troppo facile.
Per esempio, non amo questa tendenza a ridurre il proprio stile a tre parole. L’altro giorno, durante un’intervista, mi hanno chiesto: “Quali sono le tre parole che definiscono il tuo stile?” E io ho pensato: “Non ne ho nemmeno tre”. Perché ridursi a tre parole? Perché ridurre tutto?

Courtesy of Press Office

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